Scatolette.
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Di solito, intorno alla dodicesima volta che lo tiro fuori dallo zaino senza rendermene conto, mi viene in mente che il gesto di controllare ossessivamente il cellulare in attesa di un messaggio che non arriva, trent’anni fa, più o meno, nemmeno esisteva. Dopo mi sento molto stupida, lo metto via, non ci guardo più fino al giorno dopo.

#cose che capitano

Da un film bello che non avete visto.

#cose bellissime

Arriva, senza avvisare prima, in un pomeriggio come gli altri, il momento in cui ti alzi dalla sedia della scrivania, circondata da molti, noiosissimi libri di storia moderna, chiudi tutti i tuoi vestiti, un paio di asciugamani, la tovaglia arancione, lo shampoo, il balsamo, il flacone grande di bagnoschiuma alla vaniglia, quattro confezioni di lenti a contatto giornaliere e il pettine di legno dentro un enorme sacco della spazzatura azzurro e decidi che non ha senso darsi delle scadenze da rispettare, e non importa se non c’è acqua calda fino a mercoledì: il giorno in cui ti trasferisci definitivamente nella casa nuova è adesso.

#cose che capitano

Se il mondo fosse davvero un posto giusto e sensato, permetterebbero alle persone di andare all’Ikea insieme ai propri gatti e di farli scegliere a loro, i mobili per le case nuove. (Ci sarebbero, poi, croccantini al posto di quelle scomodissime mezze matite che tutti portano a casa a manciate).

Ho tre capelli bianchi, uno per ogni volta che ho avuto davvero paura.

Un anno fa a quest’ora stendevo un asciugamano nel parco più grande della città, mi ci sdraiavo sopra per vedere solo le nuvole invece che tutta quella gente intorno, ognuno sul suo asciugamano, e telefonavo, perché è questo che faccio quando ho davvero paura: telefono. Mi tornano in mente tutte le volte che non ho avuto voglia di parlare, e all’improvviso ho bisogno di dire delle cose ad alta voce a qualcuno, a chiunque, quelle formule magiche che si ripetono continuamente quando non c’è niente da spiegare, perché la realtà parla da sola: L’hai sentita anche tu?, Dov’eri?, Eh, non c’è stato niente da fare.

La retorica è una brutta malattia, forse anche la consapevolezza è una brutta malattia, ma chiunque abbia almeno tre capelli bianchi sa che le ricorrenze non si appiccicano alle cose che fanno davvero paura. Le cose che fanno davvero paura, quelle che ti fanno sentire piccolo, indifeso e vivo, sono sempre successe ieri sera, stamattina, un minuto fa. Stanno incastrate nella fessura strettissima di quello che non si può raccontare, a cui si può girare intorno - gli asciugamani, le nuvole - ma che non si riesce a dire. Gli anniversari, quelli sì che si riescono a dire, le manifestazioni, i documentari con le canzoni malinconiche in sottofondo, le antologie di racconti, le cerimonie, la commemorazione, e si possono continuare a dire, e si devono continuare a dire, che tanto non fanno del male a nessuno. 

Gli anniversari però, più che a ricordare, servono a giocare al Dov’ero un anno fa, a fare l’inventario dei cambiamenti, a misurare i chilometri percorsi su una strada che tanto è un vicolo cieco, almeno fino a quando ti accorgi che non conta, dov’eri un anno fa, perché un anno fa, a pensarci bene, nemmeno esiste. Non c’è la vita precedente e quella attuale, non c’è una pila ordinata di vite solide e quadrate che puoi archiviare quando ti stanno strette, non c’è mai La Cosa (o La Scossa) che ha stravolto tutto, di colpo. C’è solo adesso adesso adesso che è liquido e scorre, anche se è passato un anno e hai cambiato casa, fidanzato e colore di capelli sei sempre piccolo indifeso e vivo, e qualche volta di notte ti svegli ancora con la tachicardia perché ti sembra che il letto stia tremando, poi invece ti accorgi che non è vero, che sei tu, quello che sta tremando.

#parentesi
L’Opac Sbn rischia di chiudere

leugenio:

Sembra incredibile, ma i tagli dei finanziamenti rischiano di far sospendere il Servizio Bibliotecario Nazionale (Sbn), il tessuto nervoso/informativo che tiene unite le biblioteche italiane.

Un’informazione senza il modo di accedervi non è un’informazione, non è cultura, non è vita.

Scrive Gianluca:

L’Opac Sbn è nato nel 1997, in concomitanza con l’arrivo di internet nel nostro paese: praticamente non è mai esistita un Italia in rete senza il suo catalogo pubblico online.

Le conseguenze di una perdita del genere sono chiare a chiunque abbia scritto una tesi di laurea o abbia dovuto stilare una bibliografia per qualsiasi motivo: sostanzialmente, significherebbe dover cercare un volume sul catalogo di ogni singola biblioteca pubblica, da Aosta a Palermo. Più ancora, pensare a una rete bibliotecaria senza un catalogo  collettivo del patrimonio librario è come pensare a una enorme biblioteca senza un’indice o al web senza motori di ricerca: una massa di informazione inservibile.

(via katve)

Ieri pomeriggio, in libreria, scorrendo lo scaffale dei tascabili Adelphi - uno dei piaceri piccolissimi della vita -  ho trovato un libretto di Burroughs che non avevo mai visto prima (la fase beat è esplosa e subito finita intorno ai sedici anni, per fortuna): si chiama Il gatto in noi e parla, appunto, di gatti. A essere precisi, parla con una devozione quasi religiosa dei gatti, e malissimo dei cani, senza però darne la colpa ai cani stessi, quindi mi è piaciuto subito.

C’è un pezzo, a pagina settantatre, che fa così:
Fa le fusa e insieme dorme, Fletch, stende le zampette nere per essere in contatto con le mie mani, gli artigli ritratti, giusto un tocco gentile per assicurarsi che io sia lì, accanto a lui che dorme. Probabile che mi veda in sogno. Si dice che i gatti non distinguano i colori: un granuloso bianco e nero, un’argentea pellicola guizzante piena di strappi mentre lascio la stanza, poi torno, vado fuori, lo prendo su, lo metto giù. Chi potrebbe fare del male a una simile creatura?

L’ho letto ad alta voce a Buzz Aldrin, volevo sapere se anche lui mi vede in sogno. Ma mi ha sbadigliato in faccia ed è tornato a dormire. 

#cose che capitano #gatti astronauti
“Le donne estremamente belle meravigliano meno il secondo giorno.” —Stendhal - Dell’amore

Del tempo buttato:

oggi ho passato almeno dieci minuti cercando di spiegare a una coppia di giovani testimoni di Geova che mi hanno rifilato un opuscolo dal titolo Tutte le sofferenze presto finiranno!, proprio così, col punto esclamativo, che se davvero finiscono presto, cosa facciamo poi, per il resto della vita, senza sofferenze?
(Sulla copertina dell’opuscolo c’è disegnato il mondo senza sofferenze: un campo di grano con una casetta all’orizzonte, una cesta di mele e zucche, una donna bionda a cavallo, due portoricani sorridenti e un alce che prende il sole).

#cose che capitano
Hotel Messico: Per fare Resistenza basta tenere basso il volume della radio, pagare...

hotelmessico:

Per fare Resistenza basta tenere basso il volume della radio, pagare le tasse, accettare la vecchiaia, dire di no quando ci chiedono di lavorare senza soldi, essere severi con chi gestisce i soldi pubblici e con i dipendenti pubblici, andare a teatro e vivere più vite possibili, insegnare a un…

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